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LA SOSPENSIONE DEL DIVENIRE

NEL GIARDINO DELLA MEMORIA DI CECHOV

 

"lo non so scrivere, se non servendomi dei miei ricordi e non ho mai ritratto direttamente dalla natura. Ho bisogno che la mia memoria filtri il soggetto e che, in essa, come in fondo a un filtro, si depositi solo ciò che è importante e tipico"

Cechov, Lettera a Suvorin

 

Messo in scena 17 gennaio del 1904 al Teatro d'Arte di Mosca con la direzione artistica di Konstantin Stanislavkij e Nemirovic- Dancenko (che rilevano nell'opera solo gli elementi tragici), ll giardino dei ciliegi (Visnyevyjsad) è forse il testamento spirituale ed artistico di Cechov (morirà qualche mese dopo), I'espressione non solo di un teatro realistico e psicologicamente lirico ma anche di un momento cruciale della storia russa in cui un passato in dissolvimento fatica a cedere il passo ad un'era nuova che avanza rapidamente (si ricordi la rivoluzione fallita dell'anno successivo). ll giardino ritrovato dalla tenera e romantica Ljubov'Andrèevna Ranèvskaja, dopo la triste parentesi sentimentale ed umana, diviene un luogo della memoria dove si aggirano personaggi veri con i propri sogni, le proprie malinconie, le proprie illusioni ma innocentemente inconsapevoli (tranne, forse, Lopachin e lo studente Trofimov) delle trasformazioni economiche e politiche in atto. Gli eventi storici sembrano non toccare infatti i personaggi cechoviani perduti in una indistinta nebulosità di pensieri e sentimenti. " E' stato Cechov ", scrive Stanislavskij dopo la messinscena de ll gabbiano, "a mostrarmi che l'azione scenica deve essere intesa in senso interiore e che solo su di essa, liberata da tutto ciò che è pseudo-scenico, si possono costruire e fondare le opere drammatiche del teatro", Così nel Giardino dei ciliegi ( si ricordino le edizioni di Visconti, Strehler, Brook, Nekrosius) la ricerca del "senso interiore" coincide con la sospensione dell'azione e il vagheggiamento di un passato vissuto sul filo della memoria. ln questo spazio interiorizzato e metafisico emerge la vita dei personaggi, ora fragili e appassionati, ora tragicio pateticamente comici , cristallizzati in una dimensione temporale statica e sognante in cui sono " più ombra che luce, più mormorio che frastuono, e vivono in desiderio di luce e disuono". Una partitura incompiuta di stati d'animo, un vaudeville (come lo stesso autore lo definisce) impressionista e pervaso di malinconica allegria, affrontato da Jankowski, sulla linea dell'adattamento di Palmitessa, come una farsa metafisica in uno spazio infantile e povero di scenografia, segnato da marionette umane azionate da un cameriere-mimo con una carica a tempo della durata di un ricordo. I giocattoli in scena sono il correlativo visivo non solo delle emozioni o dei giochi dell'infanzia ma anche dei rumori della vita e dello svolgersi delle stagioni: il gracidare delle rane o il canto delle cicale e degli uccelli, il rintocco immaginario di un orologio che amplifica il vuoto colmato dal passato dei personaggi evanescenti come i "sogni albali". E il flusso di sottile malinconia a cui conduce il ritmo della musica scandisce, nello spettacolo, gli episodi della vita dei personaggi in un'osmosi visiva tra una lanciullezzache osserva incuriosita e una età adulta che si lascia contemplare con candore e nostalgia . Anche Firs, il vecchio servitore, figura centrale e simbolo di questo giardino, rimasto ormai solo si lascia andare in uno struggente ballo pervaso dall'amara consapevolezza della fugacità dell'esistenza umana, Come nell'opera di Cechov, anche in questa edizione accade poco; i personaggi sembrano non essere consapevoli del loro destino o forse non ne sono interessati; I'azione è annullata, il processo temporale rallentato o sospeso nello svelamento, talvolta soltanto mimico, dei pensieri che affollano la scena. Una favola metafisica di un lirismo elegiaco in cui il dramma è stemperato da una farsosa allegria e i personaggi, psicologicamente lontani dai grandi eventi del mondo, colgono lampi di vita nel girotondo eterno della memoria.

 

GIANFRANCO BARTALOTTA

Storia delTeatro e dello Spettacolo

Scienze della Formazione

Università Roma Tre

 

NOTE DI REGIA

Una serena malinconia nella quale ogni personaggio ha una sua anima e un suo caratteristico movimento che lo caratterizza. Chi per l’ansia di non trovare, chi per il rimpianto di non aver trovato, di non ritrovare e non ritornare più, chi perché non giocherà più, chi perché non ha più sogni da fare e ancora … ma nessuno di questi personaggi ha trovato quello che cercava o mai troverà quello che cerca. Tutti cercano una cosa e ne trovano un’altra ma mai ritrovano se stessi. E’ la condizione dell’esistenza e su questa chiave è stato costruito lo spettacolo: rarefatto, asciutto, espressionista, a volte poeticamente tragicomico come un Beckett ante litteram. Gli altri protagonisti di questa nostra “fiaba umana” sono i bambini, reincarnazioni di una vita nuova, che sognano e spiano le anime degli adulti presenti in scena. La vita è anche il gioco e il piacere di sognare e di ballare, di ballare per far scorrere il tempo, è questa la risposta alla terribile frase di Gaev che dice: “ … ma a che serve se tanto di muore? … ”. I personaggi perdono la loro definizione realista e diventano simboli accentuati da trucchi e dalla rarefatta scena metafisica: un giovane diventa un grasso possidente, una donna recita en travesti un duro personaggio maschile, ma sono solo simboli, giochi di anime del nostro inconscio e Ljuba riparte per il suo viaggio alla ricerca della “felicità” e Firs, il mio meraviglioso Firs, accenna passi di danza prima di trovarsi da solo ad aspettare ... la vita che tutti sempre aspettiamo, nella solitudine di un altro “En attendant Godot” o forse di un “Fin de partie”

Claudio Jankowski

 

Realizzazione scene e  costumi di Stefano Maria Palmitessa

Aiuto regista Fabiana Rossetti

Direttore di scena Katia Marotta

Coreografia Mara Palmitessa

Aiuto scene e costumi Maria Jolanda Quagliata

Movimenti mimici Giancarlo Rosan

Trucco Rocco Ingria e Rosy Alai per l’Accademia di Trucco Professionale – Roma

Disegno locandina Roberto Innocenti

Interpreti: Paola Aùzas, Alessandro Bellico, Veronica Boscarello, Elisabetta Canitano, Silvia Capizzi, Nicola De Santis, Veronica Di Pea, Caterina Gracili, Fabiana Rossetti, Chiara Tomei, Giuseppe Tossici, Carlos Valles

Regia di Claudio Jankowski


 

 

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