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GIU’.. GIU' NEL CAGLIOSTRO CHE C’E’ IN NOI

E' notte fonda. Nebbia e ombre dappertutto. Una strada malfamata di un ipotetico quartiere di Londra, zuppa di pioggia e gravida di sinistri presagi. Questo il quadro che fa da sfondo alle sofferte vicende di Mamma Sawyer: la strega.

Gli allievi del Teatro Studio si sono cimentati quest'anno con un copione cui sono particolarmente affezionato: "Il Giardino della Strega"; non solo perché rappresenta, tra i testi che ho scritto per il nostro Teatro-Laboratorio, quello che meglio descrive la parte più lontana e più struggente della mia vita, l'infanzia e le sue paure, ma anche perché é quello che mi ha permesso di entrare in contatto, nella "riscrittura" cui ho lavorato, con il mondo "Elisabettiano", il leggendario, avvincente, mondo degli straordinari drammaturghi d'oltre manica. L'opera è tratta dal dramma "La strega del villaggio", rappresentato per la prrma volta nel 1623 e scritto a più mani da Thomas Dekker, William Rowley e John Ford. Se I'intreccio del lavoro è attribuito, dagli studiosi, a Rowley (1585-1642) poeta, attore e drammaturgo, che concepisce le sue opere migliori quando collabora con altri scrittori) e Ford (1586-1639 uno scrittore sensibile al quid segreto e profondo della vita), I'evoluzione del personaggio (la strega) è definita da Dekker (1572-1632 autore di tragedie e commedie che condusse una vita triste; spesso in prigione, e che fino all'ultimo fece sperpero di sé come tanti altri "elisabettiani"). A proposito de "La Sffega del Villaggio" si narra che la compattezza del lavoro teatrale si debba alla circostanza che i tre si sottoponessero, ognuno, a un vaglio reciproco e ad una reciproca condiscendenza; tanto che l'opera sembra di un solo autore. Ho pensato come centro dell'azione teatrale, il giardino di Mamma Sawyer, attorno alla cui vita giornaliera, all'ambiente domestico, ruotano I'ignoranza e la superstizione verso il mistero, verso il nuovo, verso il non conosciuto: la strega ha stregato, prima ancora che la volontà, la fantasia dei personaggi.

In questo dramma che assume i connotati di una "tragicommedia" originale, in cui tutto è naturale e al tempo stesso fiabesco, c'è una cupa atmosfera che grava al fondo: il diavolo, le allucinazioni della strega, I'omicidio con il riferimento alle comuni radici culturali e mitologiche dei popoli europei (inglesi polacchi e italiani). Su tutto ciò m'è parso interessante innestare il fatto storico avvenuto nell'anno 1458, nella città di Arras, protagonista la stessa popolazione colpita dalla carestia, la quale intentò contro streghe, ebrei ed eretici, feroci processi ed esecuzioni fino a quando il Vescovo di Utretcht annullò tutti i processi di stregoneria e benedisse la città.

Vicenda tratta dal romanzo "Messa per la città di Arras" (1971) del polacco Andrzej Szczypiorski i1 quale, nata a Varsavia nel 1924 da un noto militante socialista, scienziato e pubblicista, durante I'occupazione tedesca militò nelle fila della Resistenza. Il suo orientamento politico lo spinse ad entrare, durante I'insurrezione di Varsavia, nell'Armata del popolo, di orientamento filo-sovietico. Deportato nei campi di concentramento, dopo la liberazione tornò in Polonia.

Dal 1948 lavorò come giornalista e divenne uno dei più ascoltati corsivisti della radio polacca. Giallista raffinato scrisse numerosi drammi radiofonici. Quando nel 1971 uscì questo romanzo, fu bloccato dalla censura e tornò alla luce nel 1980 con la nascita di Solidarnosc. Questo libro mi ha dato la possibilità di inquadrare storicamente il testo alI'interno di un medioevo dove I'imposizione forzata del bene va ad esclusivo vantaggio dell'autorità.

Nelle intenzioni lo spettacolo dovrebbe porre alcune domande di evidente attualità: perché è così difficile per I'uomo resistere alle lusinghe di un rassicurante conformismo e come è consentito alla follia religiosa e ideologica accendere roghi, anche metaforici, sui quali finiscono le cosiddette streghe, i diversi, "i cagliostri" di tutti i secoli, gli "altri"? La commedia si avvale di musiche originali (il misterioso refrain della nenia) di Francesco Di Giacomo (Banco del Mutuo Soccorso) e debutta al Teatro Greco di Roma il 10 Maggio 2004, per la regia di Claudio Jankowski, il quale reinventa l'azione elisabettiana trasferendola negli anni '20, preludio ad altri roghi che avrebbero infiammato I'Europa.

L'utilizzo di maschere grottesche riempie di fascino i personaggi: la maga, il diavolo-cane sono elementi indispensabili di quel mondo impalpabile e concreto che accompagna il nostro immaginario e che è dentro di noi e davanti a noi e rappresenta la cifra stilistica di un regista, che unendo attori professionisti e non, dà corpo ai fantasmi che popolano la fantasia.

Stefano Maria Palmitessa

Art - Director

NOTE DI REGIAla strega

 

II cerchio e il doppio sono la lettura del mio lavoro sul testo e sui movimenti degli attori. La circolarità è presente nel suo valore evocativo, nel suoo aprirsi e chiudersi su se stessa, nel non andare mai da nessuna parte come la follia dei personaggi sempre rinchiusa tra loro, nel ripetere un tempo che contiene in sé passato, presente e futuro. Un altro lavoro importante é stato quello di condizionare gli attori ad una recitazione espressionista, ad essere imprigionati da protesi fisiche e "mentali" che li rendono figure fumettistiche, mostri inconsapevoli (?) della propria normalità mostruosa nell'agire le proprie ombre. Ho immaginato questo spettacolo come un sogno scuro, una favola gotica chiudendo i personaggi nel cerchio del loro male da cui non sanno uscire; condannando un diverso (la strega) come responsabile della loro follia ma che non sanno e non possono uccidere se non distruggendone il pupazzo-simulacro e dimostrando, nella sfilata-sabba finale, la loro vera natura crudele; anche la strega si raddoppia e si moltiplica nel gioco del doppio alla ricerca del suo significato come rappresentazione dell'inconscio collettivo. Un altro segno è il mondo dell'infanzia (il doppio bambino, la strega, le nenie...) che si esprime imprigionato nel carattere inquietante del gioco; un gioco un po' pauroso come molte favole dei bambini, un gioco per farci pensare.

Claudio Jankowski

 

 

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