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Un Intruso ?
In inglese la parola patchwork significa mettere insieme una serie di pezzi, rammendare, ricucire.
"Re, principesse bisbetiche e non, buffoni, spiriti e mostri" di Alida Castagna e Anna Kurdziel è un po' tutto questo.
E' un testo teatrale composto assemblando brani di opere diverse se non per lingua, per genere, cronologia, autori.
Operazione non nuovissima e rischiosa (mettere insieme puo creare lacerazioni, contrasti eccessivi, disarmonie) ma molto, molto stimolante se solo riflettiamo su quanto sia intrigante mettere a contatto, a confine, una scena di un autore del XVI secolo con uno del XX secolo, una pinta di birra e una lattina di Heineken, una societa pre-industriale con una post-industriale, post-guerre mondiali.
Cosa tiene insieme le shakespeariane "Re Lear" e "Sogno di una notte di mezza estate" con le beckettiane "Finale di partita" e Aspettando Godot"?
Eppure la risposta e davanti ai nostri occhi e non ce ne eravamo accorti: il titolo. Re, di un regno, o di un luogo qualunque se questo e tutto il regno in cui mi posso muovere; Principesse bisbetiche, despote dei nostri destini come le tre Parche, incantevoli come Titania o amorevoli come le fate; Spiriti e Mostri e cioè quelle creature abitatrici dell'altro mondo, che non e l'aldilà, ma quello tra l'esserci e il non esserci più, la border-line, la frontiera appunto dove il tempo e lo spazio, se mai possano ancora essere definiti così scolorano; dove le coesistenze impossibili sono la norma; e il mondo dei Bottom e dei Puck (del "Sogno...") ma anche quello degli Hamm e dei Clov (di "Finale di Partita") che qualche Buffone riesce miracolosamente a raccontare, Il buffone è lì al centro dunque, pronto a farci sorridere con delle storielle "pepate" o a farci piangere con dei fattacci inventati, allegoria dell'arte stessa del rappresentare: ambigua, atemporale, sublime.
Egli a volte e chiamato ad una particolare esperienza visionaria, allora si comporta in modo "contrario" rispetto a quello che ci si aspetta, si mostra triste in occasioni gioiose e viceversa.
Così poco incline a parlare di se, tanto insensato da apparire saggio, poiche, lui sì, riesce a far coesistere sogno e realtà, verita e finzione.
Maestro indiscusso di questa arte fu certamente il grande bardo.
"Sogno di una notte di mezza estate" di cui è documentata una rappresentazione a corte e del 1604 e appartiene al genere commedia mentre una tragedia e certamente "Re Lear" (1606) anche essa rappresentata a corte.
Probabilmente queste opere furono scritte proprio per essere recitate privatamente.
I diversi personaggi sono tutti estremamente ben caratterizzati anche quando non pronunciano che poche battute; ed e forse proprio questo stile che ha reso possibile il difñcile lavoro delle brave e spavalde autrici.
Entrambi i drammi di Samuel Beckett consistono in una conversazione, ma questo parlare sembra quasi un discorrere vacuo, una sequenza di parole allo scopo di passare il tempo per mitigare l'agonia dell'attesa.
In realtà l'autore vuole esprimere l'impossibilita di trovare un qualche signiñcato o una causa all'intero teatro della nostra vita.
La nostra stessa nascita potrebbe, come era convinzione anche di Antonin Artaud (Il Teatro e il suo doppio), non essere stata una entrata nella vita ma una espulsione da uno stato di esistenza preferibile a quello che abbiamo incontrato nascendo, stiamo forse disputando una partita finita gia dall'inizio?
Rappresentano tutte queste figure (nani, coboldi, streghe, fate, goblins) che amiamo evocare e che sono intorno a noi numerose quanto i granelli di pulviscolo che si intravedono nellalama di luce che illumina la nostra soffitta polverosa, rappresentano forse il desiderio di ripristinare un contatto con un mondo perduto?
I Siamo forse noi fuori posto, intrusi nella scena della vita?


Stefano Maria Palmitessa

 

(a Mariano, in ricordo di un amico)
Ho pensato a questo spettacolo guardando una foto di Stan Laurel e Oliver Hardy, ascoltando le musiche di Lew Stone, dei Mills Brothers e di chissà quanti altri. Lì ho ritrovato i miei clowns di Beckett: "divini straccioni", li ho messi insieme ai fantasmi diLear e ai comici del Sogno shakespeariano, ho lasciato che arrivassero re, principesse bisbetiche e non, buffoni, spiriti e mostri, per farli vivere assieme alla ricerca di un senso, o nella dolorosa e comica solitudine nella mancanza di un senso.
Su tutti loro, nelle mie fantasie, appariva sempre più incombente la presenza di un coro che interagisse con i miei "follettì". Il coro è diventato nel tempo sempre più protagonista dello spettacolo, dialoga con gli interpreti, sa animarli e sa riassorbirli dentro di sé: è come se fosse la vita stessa nella sua potenza che come un flusso, un torrente, entra in scena per determinare le sorti dello spettacolo, sia nel suo strabordante agire, sia nella sua silenziosa presenza.
Lo spettacolo si spezza continuamente, a volte incomprensibilmente, fra il Beckett di "Finale di Partita" e di 'Aspettando Godot" e lo Shakespeare di "Re Lear" e del "Sogno di una notte di mezza estate". Sopra gli attori e sui loro visi un trucco elaborato e possente ne fissa le espressioni in un teatro che segue la vita e ne sa deformare i tratti. Ad un certo punto, addirittura, "il trucco" entra in scena, interrompendo per un momento lo spettacolo, a deformare e sublimare volti, follie e sofferenze. Questi giovani interpreti fanno rivivere la mia ricerca in cui la vita, il quotidiano e il teatro si cercano incessantemente senza soluzione di continuità. Non un teatro "finto", ma un teatro esasperazione del reale, quasi psicodramma catartico della realtà attraverso la valenza e il gioco delle "maschere" e dell'improvvisazione, e via correndo fino alla fine, fino al momento in cui Hamm (il grande istrione di "Finale di partita") si copre gli occhi per sempre con il suo fazzoletto per continuare a sognare, come l'istrione di Shakespeare invita il pubblico a rendersi conto di aver assistito solo ad una sacra danza di fantasmi, di spiriti, di mostri e ... di umani.
E si continui a danzare ...


Claudio jankowski

 

 

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