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Trovare se stessi, tra gli innumerevoli abiti che la società obbliga ad indossare, tra frammenti necessari per evitare l’abisso dell’io.

Trovare se stessa, riflessa in uno specchio (il suo pubblico) tra i numerosi ruoli sostenuti da un’attrice ogni volta che va in scena.

Specchiarsi in tutti, attraverso i personaggi interpretati, oppure specchiarsi in un solo uomo per affrontare se stessa.

Una donna, un’artista che analizza freddamente, ma anche con passione, la sua vita passata, piena di trionfi e riconoscimenti; un’attrice che s’interroga sul proprio futuro lambita dal dubbio se valga la pena rinunciare per amore.

Un’opera drammatica concepita negli anni trenta da un Pirandello (1867-1936) ormai maturo e celebre e perciò, in un certo qual modo, sintesi di quel “Teatro del grottesco” avviato da Luigi Chiarelli agli inizi del secolo scorso.

Opera dedicata dall’autore a Marta Abba (1909-1988) prima attrice della Compagnia “Il Teatro d’Arte”, fondata dallo stesso Pirandello.

Testo che contiene tutta la visione filosofica del drammaturgo, compreso quel distacco dalla tradizione consistente nell’aver abolito la “quarta parete”, convenzionalmente presente davanti alla scena, in modo da poter coinvolgere più direttamente gli spettatori.

Una visione del teatro ancora così coinvolgente nelle sue complesse stratificazioni di significato.


 

 

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